Una canzone alla volta
È Redemption Songs, un nuovo progetto che racconta l'incarcerazione di massa negli Stati Uniti attraverso la musica, una canzone via mail ogni domenica fino a settembre
Lo trovo bellissimo. Anche perché è arrivato nella mia vita in un momento particolare, dopo tanti mesi di fatica, disillusione e notizie deprimenti. Non mi stupisce che si tratti di musica: insieme alla letteratura, la musica è il terreno che più mi fa sentire vicina alle persone statunitensi e alle loro storie, spesso difficili, bizzarre, anche uniche. Mi emoziona, mi trascina. Eccomi qui, allora, a scrivere questa newsletter con un piacere nuovo, di sera, il volume del pc non molto alto ma comunque pronto a raccontare qualcosa. Se puoi, alzalo anche tu, oggi (o quando vorrai) c’è qualcosa di bello da ascoltare.
La musica è una storia umana. Capace di infilarsi in mondi profondi, isolati, nascosti, per poi tornare là dove c’è la realtà indaffarata e molto popolata, e svelare segreti. Spesso sulla vita. Credo sia un’idea simile quella che ha spinto Maurice Chammah, giornalista che vive a Austin in Texas e si occupa prevalentemente di temi legati alla giustizia per il celebre Marshall Project, a creare Redemption Songs, un progetto che vuole affrontare l’argomento difficile e spesso ignorato dell’incarcerazione di massa negli Stati Uniti attraverso la musica che è stata creata e prodotta dietro le sbarre.
I set out to identify 25 songs that, to me, meaningfully captured the history of how music tracks with the history of mass incarceration over the last century.
Tutto è nato dal ritrovamento su eBay di un disco realizzato da alcuni uomini incarcerati in Texas negli anni Settanta: la canzone The Huntsville Rodeo arriva da lì (video sopra). Faceva parte di una performance che i prigionieri portavano in scena durante il rodeo annuale del carcere, un tipo di attività che li stimolava a creare qualcosa di artistico, sperimentando con linguaggi che diventavano occasione di riabilitazione, cambiamento e cura. Di introspezione, anche, e condivisione, sia con il mondo esterno che tra di loro. C’è stato un periodo della storia americana, racconta infatti Chammah in un’intervista a NPR, in cui lo scopo principale del carcere era il reinserimento in società della persona colpevole di reato, attraverso un percorso di redemption, appunto. Redenzione, riscatto. Scopo che è andato perdendosi con l’incarcerazione di massa cominciata negli anni del law and order, i Settanta e gli Ottanta, periodo in cui la lotta contro il crimine divenne sinonimo di salute del popolo americano.
Spanning nearly a century, this music and its history reveal how American prisons once tried harder to help people seek rehabilitation through creativity, in turn inspiring the free world to welcome them home. But with the rise of mass incarceration, prison music didn’t disappear. It became a form of resistance.
Le carceri diventarono molto più affollate, i programmi educativi e ricreativi quasi scomparvero, la pena e la punizione diventarono l’obiettivo primario. Un assetto che caratterizza il sistema penitenziario statunitense ancora oggi, in generale. Però, dove c’è umanità c’è musica. E anche se non c’è nulla di più nascosto o dimenticato della vita delle persone in carcere, la musica, come l’acqua, ha sempre trovato la sua via di uscita. In questo caso, poi, la sta trovando in modo molto efficace e, a mio avviso, anche affascinante: una volta alla settimana, di domenica, chiunque sia iscritto a Redemption Songs riceve una newsletter a cura di Chammah che presenta una canzone realizzata e prodotta (quasi sempre, su questo faccio un chiarimento tra poco) in carcere, insieme al racconto dei suoi creatori o creatrici. Racconto che, come puoi immaginare, non riguarda soltanto la realizzazione artistica della canzone ma include anche (e soprattutto) la vita, il crimine, le ambizioni e le emozioni del o della musicista. Che, in questo modo, riesce a instaurare con chi ascolta un legame empatico che riscatta dalla solitudine e dall’isolamento.
Qui puoi trovare la presentazione del progetto, da cui puoi anche iscriverti gratuitamente. Ci sono già le storie di 7 canzoni, io oggi qui te ne presento 2, quelle che mi hanno più colpita.
B. Alexis non è il suo vero nome ma è così che vuole farsi conoscere. È una donna afroamericana incarcerata in una prigione del South, colpevole di un omicidio compiuto quando aveva 17 anni e condannata a una pena di 30. Non vuole farsi riconoscere perché ha paura di ritorsione da parte del personale carcerario: non sempre, infatti, nelle carceri viene visto di buon occhio produrre musica e farsi conoscere all’esterno, spesso - come accennavo prima - finché si è dentro non è neanche possibile registrare o avere un’autorizzazione per suonare o cantare. B. Alexis ci è riuscita grazie all’etichetta Freer Records, che si occupa proprio di musica dalle carceri e ha prodotto il suo primo album nei locali dell’istituzione, il primo di una donna detenuta, così dice lei presentando l’album Black Barbie. La canzone più toccante, quella che ho condiviso qui, racconta del figlio che lei non ha avuto la possibilità di veder crescere: quando è stata imprigionata il piccolo aveva 2 anni e a 18 è stato ucciso.
Sì, ecco, se c’è una cosa di cui questa collezione di canzoni dal carcere si rende interprete è la struttura sistemica e intersezionale della violenza in America, che la maggior parte delle volte riguarda persone nere, povere, immigrate ed emarginate. Ed è destinata a ripetersi.
Spostandoci nello Stato di New York troviamo un collettivo di uomini e donne che ha scritto un intero album, The Musicambia Songbook (uscirà negli States il 26 giugno e il 12 maggio è previsto un concerto a Brooklyn), nell’istituto penitenziario di massima sicurezza chiamato Sing Sing (forse non è un caso :)). Il singolo presentato da Chammah si intitola Pride, che in inglese vuol dire “orgoglio, superbia” ma in questo caso è anche l’acronimo di Prime Reason Individuals Die Early: racconta la responsabilità del proprio ego nell’arrivare a commettere un crimine (nel video c’è il testo).
Come racconta la newsletter dedicata alla canzone, la struttura di questo rap e l’alternanza dei cori ricordano i lavori di Lin-Manuel Miranda, il creatore del musical Hamilton che ormai più di dieci anni fa rivoluzionò la rappresentazione della storia americana portando in scena il punto di vista e anche l’orgoglio, in questo caso positivo, della popolazione Black. A me è piaciuta molto e mi è rimasta in testa.
“Pride” features admonishing rhymes about the dangers of ego, over intricate horn and string arrangements and drums that alternate between a standard hip-hop backbeat and a militaristic snare pattern. The rap features a Miranda-esque call-and-response centering the word “pride.”
Nel caso di Pride, c’è stata una collaborazione tra l’istituzione carceraria e il collettivo di musicisti, mediata da un’organizzazione esterna responsabile del programma musicale, un vero e proprio insegnamento della musica in prigione. Dunque, uno dei pochi progetti superstiti al giorno d’oggi che portano avanti l’idea di una responsabilità collettiva della società nei confronti del sistema penitenziario, dei suoi fallimenti e delle possibilità di reinserimento di chi ha commesso dei crimini. “Il rimorso che provo per aver tolto una vita è incommensurabile”, dice D.S., uno dei compositori della canzone, condannato a scontare da 25 anni all’ergastolo per un omicidio che lui dichiara ancora oggi legittima difesa. “Per me non è abbastanza provare dispiacere, io ho voluto FARE il dispiacere. Non posso cambiare il mio passato ma forse attraverso la mia musica e il conseguimento del diploma posso cambiare il futuro.”
Quel che è certo è che la musica di queste persone, se ascoltata e conosciuta, può reintegrare almeno le loro storie tra le nostre e permettere una commistione, un’empatia, una vicinanza che le toglie dal buio. Spero vorrai partecipare.
Andiamo avanti
Curiosamente, anche la tappa di domani di States in Nebraska riguarderà un’istituzione carceraria, anche se per ragioni molto diverse dalla musica. Se ti va di prendere parte al viaggio verso le elezioni di metà mandato con me e Luciana Grosso, ti invito a iscriverti - forse inaspettatamente visto che è un posto molto diverso - da qui!
In effetti è tutto scritto in questo carosello di Instagram ma, insomma, la membership della McMusa ad aprile ha compiuto 5 anni e si conferma come un luogo culturale e umano in cui si respira aria buona. Abbiamo conferito dei premi (che possono essere anche dei buoni suggerimenti di approfondimento per te) e ci siamo dati appuntamento per i prossimi 5 anni!
Noi intanto qui ci diamo appuntamento tra due settimane, grazie di aver letto Sogni Americani!



