Via dagli USA
Intraprendiamo tre rotte complicate insieme ad alcuni protagonisti che le hanno vissute in carne e ossa. In particolare una, da Los Angeles a Città del Messico, di "auto-deportazione"
Lo scorso weekend lungo del 2 giugno ho condotto tre lezioni alla Grande Invasione di Ivrea, un festival a cui cerco di partecipare ogni anno perché ha un pubblico straordinario e un carattere libero, dove è possibile riscattare le contronarrazioni e dare valore a ciò che ha realmente valore. L’anno scorso avevo proposto un percorso letterario intorno alla relazione tra le donne, lo spazio del west americano e il deserto (che puoi esplorare un po’ qui sotto).
Fuorilegge
Ciao! Oggi Sogni Americani parla di libri. In particolare, di generi e temi che per un sacco di tempo hanno subito una grande semplificazione, questa: erano destinati soprattutto a uomini e raccontavano quasi soltanto di uomini, escludendo così, a priori, il pubblico femminile e relegando i personaggi femminili a ruoli accessori o di secondo piano, vacu…
Quest’anno, sentendo forte la necessità di portare oltre lo schermo le riflessioni sul potere culturale e i cambiamenti sociali degli Stati Uniti che da parecchio tempo condivido in questa newsletter e ritengo urgenti, ho scelto un percorso meno letterario e, se vuoi, più politico, con una direzione che oggi siamo caldamente invitati e invitate a tenere in considerazione: fuori dai confini degli Stati Uniti, verso Paesi considerati “difficili” e ritorno. Ho condotto una breve analisi della relazione che gli Stati Uniti intessono con questi Paesi, dal punto di vista degli equilibri narrativi, della censura, del rispecchiamento e della colonizzazione, potremmo dire della gestione generale dell’impero culturale, l’ho messa nelle mani di alcuni protagonisti in carne e ossa e poi l’ho riportata indietro, di nuovo dentro i confini statunitensi, con uno sguardo nuovo e meno semplificato.
Dunque: dopo aver varcato il confine statunitense e aver messo piede in Messico, Puerto Rico e Palestina, con quale bagaglio torniamo indietro? Che elementi abbiamo tolto e quali altri abbiamo inserito?
A guidare la mia analisi sono state naturalmente le storie, in particolare quelle delle persone, e i linguaggi espressivi, in particolare la testimonianza, la musica e il fumetto. In fondo a questa newsletter troverai l’elenco di queste storie, con alcuni materiali di approfondimento (come ho già scritto nel Monthly dello scorso sabato, nei mesi di luglio e agosto questa newsletter si prenderà una pausa: potrai usare l’estate per ascoltarli o leggerli con calma, godendoti finalmente i frutti dell’investimento di fiducia e a volte anche di soldi che hai fatto con me… io farò così per i miei abbonamenti!).
Qui di seguito, invece, ti racconto una sola testimonianza, quella di un ragazzo di 38 anni che, qualche mese fa, ha deciso di lasciare Los Angeles e trasferirsi a Città del Messico, prima che lo obbligassero a farlo le squadre violente dell’ICE, con i metodi disumani che ormai conosciamo bene: si tratta di Abel Ortiz, auto-deportato (che espressione tremenda, sia in inglese che in italiano) in un Paese che non conosce - il Messico, appunto - perché quello che ha chiamato casa fino a ieri - gli Stati Uniti - lo rifiuta in quanto immigrato irregolare. Ortiz è arrivato negli Stati Uniti insieme ai genitori, scappati dalla povertà, quando aveva 2 mesi.
Il Guardian ha realizzato un breve documentario di un quarto d’ora e alcuni mesi dopo un servizio sull’esperienza di Abel, seguendolo in tutte le fasi dell’auto-deportazione, dal ritiro dal suo salone di parrucchiere a Los Angeles (che stava andando molto bene!) alla preparazione dei bagagli e a quelli che potremmo chiamare i saluti alla sua comunità di appartenenza, dall’imbarco sul volo per Città del Messico ai primi tempi trascorsi in una città nuova - con tutto il bagaglio di emozioni contraddittorie e intense di un viaggio avvenuto per scelta, ma una scelta che il ragazzo non avrebbe mai compiuto in circostanze diverse. Negli Stati Uniti da gennaio 2025 lui e quelli come lui sono diventati il nemico pubblico numero 1. Nonostante parli più fluentemente inglese che spagnolo, paghi regolarmente le tasse, contribuisca alla crescita economica della città di Los Angeles e non abbia alcun rapporto con il Paese natio. Sull’auto verso Tijuana e poi sul volo da lì alla capitale del Messico, Abel soppesa il carico emotivo di ciò che sta facendo e la crudele “dualità” psicologica che ne consegue: probabilmente non tornerà mai più nel luogo e dalle persone dei suoi primi 38 anni di vita, il suo biglietto è senza ritorno. È agosto dell’anno scorso.
Ortiz and others like him have been “ICEd out”.
Trascorrono 7 mesi. E qui arriva, a mio avviso, la parte più umana della storia: Abel Ortiz durante questo tempo scopre attraverso il proprio corpo cos’è davvero la libertà, la stessa libertà che gli Stati Uniti tanto decantano ma di fatto negano a chi, come lui, non fa parte dell’immigrazione non solo legale ma anche “educata, per bene, diligente, che non mette in conto incidenti”. Scopre dunque cosa significa non sentirsi “diverso” o “di troppo” anche tra i suoi stessi amici o clienti, non avere timore di andare oltre le solite strade percorse ogni giorno e incontrare la polizia, non dover vivere sempre a testa bassa. A Città del Messico sperimenta un più autentico senso di appartenenza, la possibilità di andare dove vuole quando vuole, la capacità di essere se stesso come persona e come uomo gay, la leggerezza di essere circondato da persone come lui. Ha trovato lavoro in un salone di parrucchieri del quartiere Roma, dove la clientela è costituita soprattutto da donne bilingui americane e la sua provenienza losangelina può essere messa a frutto, se non altro come elemento cool.
“In LA there was always a part of me that was asking whether I belonged in a room. That has gone. In Mexico I’m surrounded by people with my own features. A part of my identity had been filled in. I feel lighter.”
Abel è stato fortunato. Non così altri deportati dagli Stati Uniti che vagano per le strade di Città del Messico cercando un refugio, un centro di accoglienza temporaneo dedicato proprio a loro.
Una storia a lieto fine, quindi? Non esattamente. Da un certo punto di vista, senz’altro. Dall’altro un’esperienza così complessa come quella di Ortiz e delle migliaia di persone che, come lui, in questo anno e mezzo si sono auto-deportate non si può risolvere in un solo modo, ci sono troppe emozioni da processare che, il più delle volte, portano a vivere stati di depressione, profonda rabbia, asocialità e disorientamento: il terrore instillato nella vita di tutti i giorni dal governo Trump e dalle sue squadre, l’assenza di punti di riferimento nel presente messicano mentre il passato statunitense si affaccia alla mente pieno di abitudini e relazioni che non torneranno mai più, il senso di rifiuto da parte della comunità messicana che è di fatto sconosciuta e non percepisce Abel come uno di loro (anche solo perché non parla spagnolo fluentemente), il sentimento di abbandono da parte degli affetti losangelini e di un intero Paese, la frustrazione nei confronti dell’America bianca.

Abel ci sta provando. Sa che non vuole diventare una persona anziana piena di rancore e rabbia ma sa anche che gli ci vorrà molto tempo. Un tempo che, dice, ha intenzione di usare finalmente anche per viaggiare, adesso che ha il giusto passaporto per farlo. Prima tappa Barcellona, per il concerto - indovina di chi? Di Bad Bunny, ormai simbolo di una certa resilienza e affermazione di vita oltre i confini (vedi sotto).
Gli altri approfondimenti e due inviti
La rotta verso il Messico si è arricchita delle storie contenute in due libri, La realidad di Neige Sinno e Pagine di silenzio di Diego Gerard Morrison (di quest’ultimo ho parlato qui qualche settimana fa ed è stato anche protagonista del mio bookclub LIT, destando pareri molto diversi tra loro).
La rotta verso Puerto Rico si è concentrata soprattutto sulla figura di Bad Bunny (raccontata dalla mia socia Valeria Sesia in questo splendido articolo e poi ripresa da me nella puntata di Miglia dedicata al Super Bowl). Ho citato un altro romanzo molto dibattuto in LIT, Olga muore sognando di Xochitl Gonzalez.
La rotta verso la Palestina, infine, ha avuto come padrino d’eccezione il giornalista e fumettista Joe Sacco con l’opera Palestina (recensita qui su Sogni Americani e discussa - indovina dove? - in LIT a novembre 2023) e quella più recente War on Gaza. Il percorso, tuttavia, si è chiuso con le parole di un altro testo importante: Un giorno tutti diranno di essere stati contro di Omar El Akkad, vincitore del National Book Award del 2026 e recensito da me un anno fa esatto in questa newsletter.
Non sono mancati racconti di prima mano e, naturalmente, sguardi di contesto e raffronto. Chiudo allora con due inviti: come hai visto, quasi tutte le opere usate per questo percorso sono passate prima dal bookclub LIT, che è nato (nel 2022) proprio sui concetti di sconfinamento e contronarrazione > potrebbe essere il momento buono per iscriverti (da questa pagina puoi esplorare contenuti e temi)! E poi: ho tanta voglia di tornare alla realtà, con appuntamenti e percorsi dal vivo più che online > questo potrebbe essere un buon esempio. Se hai un contesto dentro il quale inserirlo e proporlo al pubblico, sentiamoci: sono aperta a nuove collaborazioni!
Grazie come sempre di essere qui, ci sentiamo tra due sabati per l’ultima newsletter della stagione!




Costringere persone che, con il loro lavoro, sostengono molti settori (agricoltura, edilizia, commercio, servizi alla persona) e' crudele e stupido in percentuali identiche.
Oggi pero' la fuga dagli usa non riguarda piu' solo gli immigrati spaventati dall'ice/gestapo.
Silenziosamente decine (centinaia) di migliaia di statunitensi lasciano il paese, aiutati da organizzazioni nate a questo scopo.
Ci sono scrittori (Snyder, Arsenault per citare due di loro che conosciano), scienziati, professionisti, classe media che hanno definitivamente cancellato la convinzione di vivere in un paese libero.
Saranno sempre di piu' e dobbiamo essere pronti ad accoglierli.
Ovviamente la loro uscita rende felice i "veri americani", che si preparano alla sbornia di festeggiamenti di 250 anni di una storia su cui sarebbe bene scendesse l'oblio.
Una storia molto intensa e coinvolgente. La paura che rimane è che queste vicende profondamente umane, ambivalenti possano essere manipolate da chi si ferma alla superficie e parla di remigrazione.